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Ecomafie, le cifre del business

 

Fra camorra, cosa nostra, ‘ndragheta e sacra corona unita, i criminali italiani primeggiano per attivismo.
22 miliardi di euro il volume d’affari dei traffici illeciti, con un’incidenza altissima nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa.
Primi riscontri alla nostra inchiesta sui containers di rifiuti scomparsi in Albania: aggirati sistematicamente gli obblighi di legge imposti dal Ministero dell’Ambiente di Tirana. La maggioranza degli importatori non aveva mai apposto i visti di transito obbligatori…

Dopo le nostre denunce, in Albania emergono le prime conferme. Al Ministero dell’Ambiente di Tirana sono furiosi. Solo una piccola parte dei transiti sulle rotte del “Paese delle aquile”, nell’anno 2016, sarebbero in regola con i permessi richiesti dalle autorità ministeriali. Se qualcuno doveva vigilare – specie sul passaggio di containers zeppi di rifiuti, urbani o industriali – non l’ha fatto. E nell’assenza di controlli, a quanto sembra, si sarebbero inseriti i “trafficanti di veleni” che avrebbero fatto sparire 1.300 containers in territorio albanese, mai giunti in Macedonia dove – a quanto sembra – erano destinati per essere smaltiti nella discarica di Skopje.
Le “ecomafie”, insomma, lavorano a ritmo incessante.
In Italia, secondo le stime di Legambiente, portano a casa – ogni anno – incassi per una cifra colossale, stimati in oltre ventidue miliardi di euro. Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, ormai dedicano parte del loro business criminale alla gestione illecita del ciclo dei rifiuti.
In Parlamento una Commissione d’inchiesta intende far luce sugli aspetti più inquietanti di questa “filiera” dell’orrore ambientale. La presiede Alessandro Bratti, ed è un organismo bicamerale, costituito fra Deputati e Senatori della Repubblica Italiana. Si indaga sull’attualità delle indagini e degli arresti che di frequente interessano le cronache nazionali, ma anche sulle storie dei “veleni scomparsi” in mare, vicenda di mafie al servizio delle industrie chimiche del Nord Italia e delll’Europa industriale che avrebbero “affondato” intere navi cariche di rifiuti tossici.

La Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha chiesto e ottenuto il via libera alla desecretazione di alcuni documenti in mano all’allora Sismi, il Servizio segreto militare, oggi Aise. Nelle carte, oggi all’esame dei parlamentari, vengono documentati i flussi impressionanti di rifiuti industriali, compresi quelli radioattivi e in mano a enti pubblici, provenienti spesso pure dall’estero, che grazie al ruolo svolto da strutture criminali per decenni sono stati spediti in giro per il mondo e seppelliti in mille modi nel nostro paese, avvelenandolo.

Le mafie, insomma, hanno lavorato al traffico di veleni, nazionale ed internazionale, ed hanno offerto i propri territori per lo sversamento, mari compresi. Secondo le indagini delle autorità giudiziarie di mezza Italia, i capimafia hanno gestito e pianificato numerosi affondamenti di navi con il tritolo. La ‘ndrangheta, ad esempio, in Calabria, non si sarebbe fatta scrupoli a gestire sulle coste di quella Regione un gran numero di “finti” disastri. “Sai quanto ce ne fottiamo del mare?” dice un boss al suo interlocutore durante una conversazione intercettata dalla Dda di Reggio Calabria, “Pensa ai soldi, che con quelli il mare andiamo a trovarcelo da un’altra parte...”.
E stando agli stessi rapporti investigativi, gli affondamenti – ancora oggi – sarebbero una pratica di grande attualità.

Un documento ufficiale della Direzione Investigativa Antimafia registra, nell’arco temporale 1995-2000, ben 637 affondamenti sospetti nei mari del mondo, 52 nel nostro Mediterraneo. Sospetti perché avvenuti con condizioni meteo perfette e con il mare piatto, senza lanciare May day, con rotte e carichi anomali rispetto ai documenti ufficiali, con equipaggi che appena messi in salvo facevano perdere le loro tracce. Del destino di quei natanti se ne interessavano solo le compagnie di assicurazione, come i Lloyd’s, che dovevano sborsare i premi assicurativi, e per questo in quei naufragi ci ha sempre sentito puzza di bruciato.  


 
“Uno dei documenti desecretati dalla Commissione bicamerale comprende una lista di 90 navi affondate nel Mediterraneo tra il 1989 e il 1995 in mano ai Servizi e legati a indissolubilmente a “presunti traffici di rifiuti tossici e radioattivi”. L’elenco, dicono le carte, era stato spedito alla procura di Reggio Calabria, alla Presidenza del Consiglio (Governo Dini) e al ministero della Difesa, ma rimase in qualche cassetto. Perché? Non sorprende affatto che in quell’elenco ci fossero anche i nomi delle 27 navi sulle quali stava indagando Natale de Grazia, vera anima del pool istituito dalla procura reggina per indagare su quegli affondamenti, morto per avvelenamento proprio nel 1995, proprio durante uno dei viaggi legati a quelle indagini. Guarda caso, con la sua morte tutto si fermò. Tra le navi attenzionate da De Grazia, la motonave Rigel, inabissatasi il 21 settembre del 1987 a largo della coste reggina di Capo Spartivento e per la quale un processo ha definitivamente accertato l’affondamento doloso....

Nel nostro Paese, l’entrata in vigore del delitto di traffico organizzato di rifiuti ha consentito agli inquirenti di usare contro le holding criminali del settore idonei strumenti investigativi (come le intercettazioni telefoniche e ambientali), arrestare i presunti responsabili di traffici, fare ricorso alle rogatorie internazionali, contare su tempi di prescrizione più lunghi rispetto agli altri reati ambientali, tutti di tipo contravvenzionale. Requisiti che hanno permesso di delineare con sufficiente precisione caratteristiche, modalità operative e rotte delle organizzazioni criminali che gestiscono questi traffici e di disarticolare alcune delle strutture transnazionali più operative. Un ulteriore impulso è arrivato con l’inserimento del delitto previsto dall’art. 260 del Dlgs 152/2006 tra quelli di competenza delle procure distrettuali antimafia, in considerazione della sua particolare gravità. Si tratta ora di completare il quadro, sia in Italia sia a livello europeo, per rendere ancora più efficace l’attività d’indagine e di contrasto.

Per aggirare la Convenzione di Basilea - che dal 1992 regolamenta i movimenti transfrontalieri di rifiuti tra paesi Ocse e non Ocse vietandone in linea generale l’esportazione - i trafficanti fanno ricorso alle triangolazioni tra paesi e alla falsificazione dei documenti di accompagnamento dei carichi (la tecnica del giro-bolla): Italia-Germania-Olanda-Hong Kong-Cina, ad esempio. Di regola, cinque, sei, sette passaggi per carico. Nel nostro Paese il percorso criminale transfrontaliero inizia, solitamente, dalle grandi piattaforme logistiche che rastrellano ogni genere di scarto, anche quelli provenienti dalla raccolta differenziata, per destinarli all’estero (quasi sempre con la dicitura falsa di sottoprodotti).

“A differenza di qualche anno fa, i trafficanti internazionali di rifiuti non esportano oltre confine solamente scorie tossiche non riutilizzabili, come melme acide, scorie chimiche o radioattive – ha commentato Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente - ma materiali da riutilizzare, in aperta violazione sia delle leggi, sia delle regole di libero mercato, sfruttando a proprio vantaggio le potenzialità economiche degli scarti e scaricando i costi sulla collettività”.



Da una parte, infatti, le imprese che si liberano di scarti di produzione rivolgendosi al mercato nero dello smaltimento praticano una delle più odiose forme di concorrenza sleale nei confronti delle aziende che, invece, operano nella legalità. Stando alle stime della Guardia di finanza, se lo smaltimento legale di un container di circa 15 tonnellate di rifiuti pericolosi ha un costo medio di 60 mila euro, la via illegale riesce ad abbattere questo costo anche del 90%. Dall’altra, le imprese che operano nel settore del riciclo di materia in Italia assistono inermi al drenaggio di risorse verso l’estero, subendo una drastica riduzione di attività e fatturati.

Dalle indagini concluse negli ultimi 5 anni emerge una sorta di specializzazione internazionale nei traffici internazionali di rifiuti. Nei paesi africani arriva di tutto: fusti con sostanze particolarmente pericolose e non riciclabili, insieme a auto rottamate, Raee e materiali ferrosi, principalmente rame. Nei paesi dell’Est e Centro Europa giungono rifiuti destinati illegalmente ai termovalorizzatori e alle discariche (sfruttando leggi sullo smaltimento dei rifiuti più permissive), ancora auto rottamate e varie tipologie di scorie tossiche. Un’altra rotta è quella adriatica, tra l’Italia e la Romania. Ma a fare la parte da leone sono i paesi dell’Estremo oriente e, in particolare, la Cina nei cui porti giungono ogni anno migliaia di container carichi di rifiuti di ogni genere - prevalentemente plastica, carta, metalli, legno, Raee - destinati alle miriadi di piccole e medie aziende dell’entroterra dove verranno riciclati al di fuori di ogni legge e senza alcun trattamento.

Bloccare questi flussi è l’obiettivo prioritario degli inquirenti, dalle forze dell’ordine all’Agenzia delle dogane. Nel 2010 sono state sequestrate 11.400 tonnellate di rifiuti diretti prevalentemente in Cina, India, Africa, il 35% dei quali composto da materie plastiche e pneumatici fuori uso. I principali porti di spedizione si sono rivelati quelli di Genova, Venezia, Napoli, Gioia Tauro e Taranto. Quanto scoperto finora, però, non è altro che la punta di un iceberg, visto che ogni anno, solo nei nostri porti, si movimentano circa 4.400.000 container, 750 mila dei quali diretti in Cina.
I sequestri hanno riguardato soprattutto rifiuti di carta e cartone (37%), materie plastiche (19%), gomma (16%) e metalli (14%). Circa il 90% delle spedizioni di rifiuti di carta e cartone e di materie plastiche sequestrate era destinato in Cina, mentre il 70% delle spedizioni di gomma e pneumatici era destinato in Corea del Sud. I metalli erano destinati per il 48% in Cina e per il 31% in India, mentre le parti di veicoli erano destinate prevalentemente in Cina, Egitto e Marocco, con percentuali rispettivamente del 34%, del 15% e del 12%.


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