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L’autismo e la paura di restare soli

 

Vuoto, solitudine, difficoltà a relazionarsi con il mondo esterno: sono soltanto alcuni dei molteplici disturbi che colpiscono, sempre più spesso, gli individui affetti dalla sindrome dello spettro acustico.
La sua scoperta si attribuisce allo psichiatra Leo Kanner, che per primo - nel 1943  - osservò i sintomi in un gruppo di bambini tra i due e sei anni.
Tutti avevano delle caratteristiche in comune: si isolavano, non rispondevano al proprio nome quando chiamati e la maggior parte aveva reazioni violente se, in qualsiasi modo, veniva interrotta la loro routine quotidiana.
Dopo più di sessant’anni ancora oggi l’autismo è difficile da diagnosticare rapidamente, proprio perché i sintomi sono svariati e si sviluppano in modo diverso da persona a persona.
Le cause sembrerebbero risiedere nel codice genetico, determinando un disturbo del sistema nervoso (si suppone addirittura già a livello fetale).
Secondo un’analisi condotta in Francia e pubblicata su JAMA Pediatrics, l’uso di antidepressivi in gravidanza esporrebbe il nascituro ad una elevata predisposizione verso l’autismo.
In Italia si riscontra un aumento della sindrome collegata ad una tempestiva diagnosi, e i più colpiti sono i maschi.
Essere affetti dalla sindrome dello spettro acustico significa sicuramente dover affrontare una quotidianità complessa. Non sempre le istituzioni riescono a fornire il sostegno necessario alle famiglie per gestire situazioni così dolorose.
Nel 2007 le Nazioni Unite hanno sancito la Giornata Mondiale della consapevolezza dell’autismo, un motivo in più per sensibilizzare la società e la politica affinché i soggetti affetti da tale sindrome non si sentano più soli.
Per fortuna, la nascita di associazioni a tutela delle famiglie colma il vuoto lasciato finora in termini assistenziali.
Una nuova sfida arriva anche dall’Istituto Italiano di Tecnologia, con il progetto “Minded”, volto a esplorare approcci innovativi per le patologie dello sviluppo. Paolo Decuzzi, coordinatore del progetto e responsabile del laboratorio di Nanotechnology for Precision Medicine, afferma: “Tutto questo è possibile anche grazie alla fusione tra biologia molecolare e nanotecnologie, con l’obiettivo di ripristinare il funzionamento fisiologico dei geni coinvolti attraverso nano vettori che vanno a “riparare” le cellule malate”…
E aggiunge: “La tecnologia porterà avanti queste ed altre meravigliose scoperte per rendere la vita migliore a tutti coloro che affrontano un’esistenza in silenzio”.


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