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Albania, nuovo scandalo politico il petroliere vende ai Russi e la magistratura non interviene…

 

 

L’Fbi aveva disegnato in anticipo i contorni di questo rocambolesco scenario, ed alla fine è andata proprio come si aspettavano gli 007 d’oltreoceano.
La grande “truffa” albanese di Harry Sargeant III°, il petroliere in bancarotta su cui indagano le autorità americane, è approdata in Russia, intrecciandosi clamorosamente con un altro filone d’indagine degli investigatori statunitensi, quello relativo al “tesoro” sommerso del Presidente Vladimir Putin.
Partiamo da un dato ufficiale: la raffineria petrolifera di Ballsh - affidata dal premier albanese Edi Rama e dal suo Governo al “serissimo investitore americano” Harry Sargeant III° in cambio di promesse economiche mai mantenute - è passata in proprietà al gruppo petrolifero Gunvor , che ne ha già assunto, di fatto, il controllo.
Il “regalo” di Rama al faccendiere “made in Usa” adesso diventa economia reale. Non certo a beneficio del Paese e delle sue necessità, ma a favore delle tasche poco floride di Sargeant e degli appetiti miliardari dei suoi corrotti protettori dentro il “Palazzo”.
Sono bastati sei mesi di gestione da parte del fondatore della International Trading Company (dichiarata fallita nel febbraio del 2016 da un Tribunale americano per un debito di oltre 100 milioni di dollari) per trasformare il destino della sventurata raffineria di Ballsh nella più inquietante operazione di riciclaggio internazionale che mai abbia interessato il “Paese delle aquile”.
Sergeant avrebbe dovuto investire 52 milioni di dollari in Albania e ripianare, nel tempo, le enormi esposizioni debitorie della società Armo, la compagnia che controlla l’impianto di raffinazione. Aveva perfino dichiarato l’intenzione di investire ulteriori 100 milioni di dollari nella “Transatlantik”, un’altra società albanese dell’energia in disastro finanziario. Tutte chiacchiere, prese per buone da Edi Rama e dal suo Governo.
Secondo l’Fbi ed il Dipartimento di Stato americano, l’ex pilota da combattimento dei “marines” Harry Sergeant avrebbe soltanto dovuto fare da battistrada all’arrivo della corazzata di Putin, in barba ad ogni resistenza “politica” e a qualsivoglia controllo di legalità.
Gunvor – sostengono pubblicamente gli investigatori Usa - è uno degli “asset” principali del tesoro sommerso del Presidente russo Vladimir Putin. Gli 007, che in seguito all’ “embargo” hanno scandagliato le ricchezze nascoste di Putin, citano la testimonianza di un suo ex consigliere, Stanislav Belkovski, che già da tempo ha reso disponibile la propria collaborazione agli organi d’indagine internazionali e ha indicato come buona parte delle ricchezze del Presidente siano rappresentate dalla proprietà del 75% di Gunvor, dal 37% del gruppo petrolifero Surgutneftegaz e dal 4,5% del colosso Gazprom.
Vladimir Putin nella Gunvor sarebbe stato rappresentato, fino a qualche tempo fa, da Gennady Timchenko, un ex colonnello del KGB che vive a Ginevra e viene indicato – fin dai primi anni ottanta – come uno dei “più fidati” gerarchi del Presidente russo.
Fondata nel 1997, in dieci anni la Gunvor è diventata la compagnia numero 3 al mondo nel trading di petrolio e “commodities” dall’Europa dell’Est. Attualmente gestisce il trenta per cento delle esportazioni dalla Russia. A capo del gruppo, il sito web espone “ufficialmente” un operatore svedese, Torbjom Tornqvist, Console onorario di Svezia a Ginevra, appassionato di barche (il suo team, Artemis Racing, ha vinto la trentaquattresima “America’s Cup”).
Uffici a Ginevra, Amsterdam e Cipro, la Gunvor si espande a macchia d’olio nel mondo.
E adesso anche in Albania, grazie ai buoni servigi di Harry Sargeant III°, grande esperto di paradisi fiscali e di alleanze “spericolate”.
Il Premier albanese, Edi Rama, forse non è al corrente del fatto che tutte le società di Sergeant – compreso quelle “offshore”, di cui il Dipartimento di Stato americano possiede la mappa completa – sono sulla “black list” del Governo e non possono operare, per decreto, nella pubblica amministrazione.
Il Tribunale americano per gli atti di corruzione esteri ha definito le recenti avventure del petroliere come “la peggiore forma di profitto di guerra” mai indagata, ed alle stesse conclusioni era pervenuta una speciale Commissione del Congresso. Sergeant, in sostanza, durante il conflitto in Irak, si era assicurato un contratto con il Dipartimento della Difesa per il rifornimento di carburante all’esercito americano. Tuttavia, Harry III° gestiva il trasporto dei carburanti – dalla Giordania all’Irak – in regime di assoluto monopolio per aver corrotto, con decine di milioni di euro, uno o più membri della famiglia reale giordana, che gli assicurarono l’esclusiva di settore e l’estromissione forzata di qualsivoglia concorrente.
Dopo i primi tre contratti con la Difesa Usa, Sergeant volle esagerare al quarto colpo. Nel caso di un accordo da 2,7 bilioni di dollari, decise di escludere il suo socio in affari giordano che inizialmente gli assicurava la licenza di trasporto in cambio di una compartecipazione. L’ex “marine”, insomma, decise di canalizzare diversamente i profitti per aggirare la “tagliola” giordana.
Nel 2008, tuttavia, Mohammed al-Saleh, genero del Re di Giordania – il socio, appunto – avviò un procedimento legale presso il Distretto della Corte d’Appello della Florida contro Sargeant per il reato di frode e nel 2011 lo vinse: 29 milioni di dollari di risarcimento e oltre 3,5 milioni di interessi.
Tuttavia, in quel dibattimento spuntarono le prove degli atti corruttivi, documentati per almeno 50 milioni di dollari, su cui vennero avviate corpose indagini.
Infine, nel 2016, la bancarotta, sancita da una sentenza del Tribunale Fallimentare degli Stati Uniti.
Il caso fece scalpore, anche perché Sergeant era fra i principali finanziatori del Partito Repubblicano e sosteneva economicamente la campagna elettorale di Mitt Romney e John Mc Cain.
Dagli approfondimenti dell’Fbi emersero la geografia internazionale delle compagnie di Sargeant nei paradisi fiscali ed un monte di miliardi sottratti al fisco.
Poi, incredibile ma vero, proprio nei mesi bui del fallimento, l’arrivo a Tirana…
Ad oggi, non un solo centesimo è stato investito dall’imprenditore della Florida nell’affare albanse.
Ma la cessione a Gunvor – affermano nel settore petrolifero i “bene informati” - era già programmata da tempo. E le prove della “cessione” sono nei bonifici effettuati da Gunvor stessa presso una banca europea con filiale a Tirana a garanzia delle forniture di greggio destinate alla raffineria.
E adesso, che farà la magistratura di Tirana? E’ possibile che in uno Stato di diritto le Istituzioni vengano beffate in maniera così clamorosa?
E come si comporterà la politica, costretta adesso a fare i conti con il “tesoro segreto” di Vladimir Putin, stimato in 40 miliardi di dollari e approdato in Albania grazie a un ex pilota a stelle strisce?


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