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Chi finanzia gli stragisti dell'ISIS in Europa e in Occidente? Girano strane storie di Titoli iracheni svenduti al miglior offerente: sono i soldi del califfato o della politica corrotta?

 

 

E se lo stragista di Las Vegas fosse davvero un convertito all’Isis?
Se davvero lo Stato Islamico avesse permeato i pensieri e le azioni criminali di questo pensionato del Nevada, Stephen Paddock, 64 anni, che da una stanza del Mandalay Bay di Las Vegas ha sparato a raffica su migliaia di persone, uccidendone 59 e ferendone più di 500 a colpi di fucile e mitragliatore?
Si può davvero escludere che la “guerra santa” globale non abbia connessione con questa strage “insensata”, che Cia ed Fbi si rifiutano di collegare al terrorismo islamico?

Las Vegas 2017

Paddock entra in quell’albergo della città del “sogno americano” lo stesso giorno in cui il Califfo del terrore, Abu Bakr Al Baghdadi, diffonde un nuovo e raro messaggio audio. Il mondo apprende che forse il capo dei jihadisti è ancora in vita e – contemporaneamente – nuovi attentati scuotono l’emisfero occidentale. In Europa, dove a Marsiglia un killer accoltella due ragazze nei pressi della stazione; ed in Canada, dove un richiedente asilo di origini somale tenta una strage con un furgone, sventolando la bandiera del Califfato.
Nel caso di Las Vegas, abbiamo a che fare con un criminale benestante. Perfino ricco, capace di acquistare decine di armi al mercato legale e di condurre una vita più che agiata.
Negli altri episodi, invece, i protagonisti degli atti di guerra agli “infedeli” sono giovani delle banlieue, ex pregiudicati, immigrati e richiedenti asilo che tuttavia dimostrano una singolare capacità organizzativa ma – soprattutto – un’autonomia economica che testimonia di una rete globale permeata in Europa e in Occidente, capace di finanziare le azioni suicide e la loro complessa preparazione.
E allora, chi li sostiene economicamente?
Esiste, almeno in Europa, una centrale finanziaria capace di alimentare i “miliziani” del Califfato? Dove nascondono i soldi? E chi detiene le risorse dell’Isis?
Come hanno fatto a portare in Europa i soldi del petrolio delle raffinerie conquistate in Irak ed in Siria, venduto a metà prezzo a trafficanti turchi e mediorientali?
E che fine hanno fatto le casse di titoli della Banca Centrale Irachena, razziate a Mosul e nelle altre città conquistate, che i servizi di mezzo mondo cercano di recuperare?

Parigi 2017

Non è, forse, che imprenditori iracheni siano riusciti a portare quei proventi in Europa, magari in Svizzera, dove operano, da un lato, i prestanome dei capi di Stato infedeli che hanno razziato risorse (al pari dell’Isis) durante il conflitto, e dall’altro insospettabili imprenditori che si sono attribuiti la titolarità di parte delle ricchezze finite nelle mani del Califfato?
Girano strane storie… Racconti di “uomini d’affari” che trattano titoli della Banca Centrale dell’Irak e li commerciano nelle mani di banchieri svizzeri davvero poco disponibili a porsi il problema della loro provenienza in presenza di una negoziazione a prezzi da svendita…
Girano nomi e cognomi (magari false identità) di signori che si fingono ricchissimi ma che non possono dimostrare la provenienza delle loro risorse. Gente che vive in Europa o che ha facoltà di entrare ed uscire senza destare sospetti…

Stoccolma 2017

La Cia tiene loro il fiato sul collo… Ma quelle storie si intrecciano con i profili di alcuni mediatori curdi o iracheni e con i loro protettori nella macchina dello Stato. E chissà se per salvare la faccia agli alleati - che l’Isis oggi lo combattono, ma che hanno razziato fondi di Stato alla stessa maniera – non si stia chiudendo un occhio anche sulla rete finanziaria e sui prestanomi del Califfato, che frequentano l’Europa da Londra a Zurigo, da Amsterdam a Parigi…
Chi sa è bene che parli, lasciando alle spalle i giochi di palazzo, perché la guerra, adesso, riguarda tutti noi e le nostre coscienze.

Stoccolma 2017


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