Il Made in Italy? Nasce all’estero

 

Sempre più aziende italiane trasferiscono il proprio “know how” all’estero, dove costi di produzione e nuovi mercati sono in grado di rispondere all’esigenze di aziende nostrane che – in considerazione di una domanda interna asfittica e insufficiente – guardano fuori dal Paese per aumentare i propri fatturati.
 L’Istat  sostiene che  circa 22.004  imprese italiane sono  presenti in più di 16 paesi con 1,8 milioni di addetti e  un fatturato di oltre 542 miliardi di euro.
Dati che sembrano destinati a crescere: nel biennio 2016-2017,  confermando nuovi investimenti all’estero, il 61,4 per cento delle aziende “made in Italy” ha programmato o sta pensando a nuove sfide internazionali, con tanto di delocalizzazione degli impianti.
Tra i fattori scatenanti non solo la riduzione dei costi, ma soprattutto l’accesso a nuovi mercati, l’aumento della qualità e lo sviluppo di nuovi prodotti.
I settori che maggiormente trovano facile accesso al mercato internazionale sono la fabbricazione di prodotti di elettronica, compresi computer e apparecchiature elettromedicali; i prodotti chimici e farmaceutici, l’ abbigliamento e la fabbricazione di mobili.
I Paesi che più si prestano al nuovo mercato emergente del “made in Italy” sono in primis gli Stati Uniti seguiti da Romania, Cina e Sri Lanka.
A rendere più stimolante questo processo c’è il fatturato sempre più vantaggioso dei prodotti fabbricati dalle aziende italiane all’estero, prodotti spesso reimportati in Italia.
Il 46,3 per cento dei profitti viene contrassegnato dalle industrie tessili, mentre il 40,5 per cento si registra nel settore della lavorazione di prodotti in pelle e pelliccia.
In poche parole, il “made in Italy” piace sempre di più all’estero ma lascia l’Italia per le nuove frontiere.


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